Barra, get out.                                          Trans. Teodor Reljic

Sometimes I long to shift my gaze away from any kind of anthropological outlook. To look around me without having to always read between the lines, any beyond. Sometimes I would simply like to linger on the object without having to ask myself where the subject lies, in that moment. But alas, it doesn’t work that way. It’s not that simple. The subjects always yearn to be found out. You cannot escape your own gaze.

Just as the pandemic was making its way to the shores of Malta, at a relatively late stage when compared to the rest of the world, we attended a protest organised in front of the crumbled remains of a house which claimed a woman’s life as it collapsed. Next to it, we could witness the terrifying chasm left behind by the construction crew, making way for a new edifice.

Nothing new here, sadly: this was not the first time that construction and excavation works, apart from intruding on the tranquility of the surroundings (of several surroundings) have violated walls, rooms, domestic intimacy and entire lives. We stood far apart from each other at the protest, even if the virus felt like a remote possibility at that point. Though in my case, as an Italian, it was a slightly different matter. I had already been experiencing the pandemic in line with inter-territorial rules and anxieties for a few days since.

But isn’t that precisely the lesson that a pandemic teaches? The collapse of any pretense at separation, of the sheer artifice of borders?

By the end of November 2019, when the virus was considered to be a far-away threat not just to Malta but Europe as a whole, a far-reaching protest exploded on the island, against a government known to have been corrupt for years. But the relevant names took a long time to rise explicitly to the surface, much like other guilty parties of previous political violence: a vague, shapeless mass.

A couple of years earlier, a journalist was blown up. During those days, strands which we previously only knew by intuition finally began to take a more tangible shape. The intrigues that led to her murder, so firmly bounded up with those which continue to massacre the island and its spaces. Each day, all throughout December, in Valletta, hundreds of people, and among them even those not usually known to frequent protests, would congregate by the Prime Minister’s residence or the parliament building to chant, among other things, “Barra! Barra!” Out, get out!

At that moment, as if it were a disturbing omen, Valletta was cordoned off by the police so that we may be kept apart, separate, distant.

And when the airport was finally closed in mid-March, with Malta finally joining in the global lockdown experience, a member of parliament reiterated that same word, barra, to all foreigners, albeit appended by various disclaimers. Leave, we cannot take care of you, we don’t need you anymore, he said, and barely between the lines. Repatriation flights were the only ones available. Many made use of them.

Those who stayed behind, because the possibility of a return was never an option, became even more isolated and ghettoised in migrant centres, which continue to serve as reference points for an institutional hypocrisy which is global… much like the pandemic, though unlike the pandemic, it has taught us nothing.

We returned to Valletta a few days ago, after quite a bit of time, to attend an exhibition opening. The barricades surrounding parliament remain in place, and perhaps that’s for the best. They are our objects of memory. Whenever I walk past them I still get the urge to whisper, “Barra, barra…”

I’ve stopped going to Valletta. With all the places I was now barred from visiting, over the past few months I found myself exploring those areas that were previously unfamiliar to me. Yes, even an island this small held unexplored places for me. Sometimes this is the result of a deliberate choice – to shore up the unknown nooks, particularly if they’re situated away from the noise, the traffic and cement. But while the list of unvisited places shrinks as you make your way towards them, the list of places you are no longer allowed to visit continues to increase.

The island is full of beautiful places which are brusquely interrupted: because someone has appropriated them, because they have dumped their refuse over them or because they have built a boundary wall and placed a ‘Private. No entry. Tidfiolx’ sign on top of it.

The island is also rich in beautiful places which, however, are no more. One of these places was, up until a year ago, a tree-lined road that led to Mdina. Another was an ancient house – peek through its keyhole and you could see a garden, overgrown but proud.

How can memory continue to function once its supports have been removed? Where do the memories escape to when they no longer have places on which to rest? How is a memory transmitted, subject by subject, when its traces have been destroyed? Does it find new supports, new places, new traces? Does it latch onto absence?

And what places, gestures and objects will the memory of these months filter through the windows, a bit of cloth face covering, and the flickering light of a screen?

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Barra, fuori.

A volte vorrei sospendere il mio sguardo da ogni prospettiva antropologica. Guardare quello che ho intorno senza dover sempre leggervi qualcosa tra le righe, e oltre. A volte vorrei soffermarmi solo sull’oggetto delle mie osservazioni senza chiedermi dove, in quel momento, si trovino i soggetti. Ma non funziona, non e semplice. I soggetti vanno sempre cercati. Non si sfugge al proprio sguardo.

Quando la pandemia ha toccato anche le rive di Malta, in ritardo rispetto al resto del mondo, stavamo andando a una protesta organizzata di fronte alle macerie di un’abitazione che, crollando, si era portata via la vita di una donna. Accanto a casa sua si poteva scorgere il baratro terrificante scavato dalle gru per fare spazio a un nuovo edificio. Nulla di nuovo, purtroppo: non era la prima volta che lavori di scavo e costruzione, oltre a minare la tranquillita del vicinato (di molti vicinati), avevano violato mura, stanze, quotidiana intimita e vite. Alla protesta ci tenevamo tutti gia un po’ lontani, anche se il virus pareva ancora un problema altrui. Certo, per me che sono italiana, era diverso. Gia da parecchi giorni vivevo la pandemia secondo regole e ansie trans territoriali.

Ma non e quello che una pandemia insegna? Il crollo di ogni pretesa di separazione, di ogni artificio di confine?

A fine novembre duemiladiciannove, quando il virus era considerato un problema altrui non solo per Malta, ma anche per l’Europa, era qui esplosa una vasta protesta contro un governo che si sapeva corrotto da anni, ma dove i nomi non erano ancora stati propriamente dichiarati e restavano, come tanti altri colpevoli di passate politiche violenze, una massa vaga e informe. Un paio di anni prima, una giornalista era stata fatta saltare in aria; in quei giorni, finalmente, si cominciavano a vedere le fila, prima solo intuite, di tutte le trame che l’avevano uccisa, cos’i saldamente intrecciate con quelle che continuano a massacrare l’isola e i suoi spazi. Ogni giorno, per tutto dicembre, a Valletta, centinaia di persone, anche quelle che di solito alle proteste non ci andavano, si riunivano di fronte al palazzo del governo, o sotto al Parlamento, per gridare, tra le altre cose, “Barra! Barra!” Fuori, via, fuori!

A quel punto, come un inquietante presagio, Valletta era stata transennata dalla polizia per tenerci lontani, separati, distanti.

Quando a meta marzo hanno chiuso l’aeroporto e anche Malta si e aggregata all’esperienza globale del lockdown, un parlamentare ha rivolto, con molte perifrasi, quella stessa parola, barra, a tutti gli stranieri. Andatevene, non possiamo prenderci cura di voi, non ci servite piu, ha detto, e neanche tanto tra le righe. I soli voli accessibili sono allora divenuti quelli di rimpatrio. Tanti se ne sono andati.

Quelli che sono rimasti, anche perché per loro non c’era neanche la possibilità di un ritorno, sono stati ancora più isolati e ghettizzati nei centri per migranti che continuano a misurare l’estensione di un’ipocrisia che è globale, come questa pandemia, ma che, al contrario di una pandemia, non ci ha ancora insegnato nulla.

Qualche giorno fa siamo tornati a Valletta, dopo molto tempo, per l’apertura di una mostra. Le transenne intorno al Parlamento ci sono ancora, e forse è un bene che siano rimaste. Sono i nostri oggetti di memoria. Quando ci passo davanti mi viene ancora da sussurrare “Barra, barra…”.

A Valletta avevo smesso di andare. Tra tanti posti in cui non si è più potuto andare, ho preferito cercare, in questi mesi, i luoghi in cui non ero mai stata. Capita, anche su un’isola tanto piccola, di non essere mai stati da qualche parte. A volte lo si fa apposta a lasciare dei luoghi ancora inesplorati, soprattutto se lontano da rumore, traffico e cemento. Ma mentre i luoghi in cui non si è ancora stati si riducono, man mano che li si scopre, quelli dove non si puo andare continuano a crescere. L’isola è piena di posti bellissimi che si interrompono bruscamente, perché qualcuno se ne è appropriato, ci ha gettato dei rifiuti o ci ha costruito un muro intorno e ci ha messo di fronte un cartello “Private. No entry. Tidñolx”.

L’isola è anche piena di posti bellissimi che non ci sono più. Uno di questi posti, fino all’anno scorso, era una strada alberata che conduceva a Mdina. Un altro era una casa antica dalla cui serratura, in fondo, si vedeva un giardino, trascurato ma fiero.

Come funziona la memoria quando le vengono sottratti i supporti? Dove va il ricordo che non ha più luoghi a cui appoggiarsi? Come si trasmette, di soggetto in soggetto, una memoria a cui si distruggono le tracce? Trova nuovi supporti, nuovi luoghi, nuove tracce? Si aggrappa all’assenza?

E che luoghi, gesti e oggetti avrà la memoria di questi mesi filtrata dal vetro delle finestre, da un pezzo di stoffa sul viso, dalla luce intermittente di uno schermo?

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